Benvenuti al Sud

aprile 8, 2013 Lascia un commento

Ieri sera hanno ammazzato un ragazzo qui, nella mia zona, a casa mia. In posti in cui passo un giorno sì e uno no, in cui mi vedo con gli amici per prendere un caffè. Non era il camorristiello di turno: era un ragazzino di 15 anni, ucciso da un ragazzino di 17. A coltellate. Cioè, immagino che questi si siano presi a maleparole partendo dalle solite cazzate: ‘a guagliona toja comm’è bona, oppure m’aggia fatt a mammeta, oppure guagliò che cazz te guard. Poi quello se ne va, torna con la molletta e gli fa il servizio. A lui e ad altri amici. In centro, ad Aversa.
Sono cose che uno si caca pure il cazzo di parlare, perché dopo aver detto trecentomila volte che abbiamo una cultura da terzo mondo in un ambiente di capitalismo sfrenato, che la camorra sta nelle teste, che se cammini in mezzo alla via e sbatti contro a uno per sbaglio è cazzo che ti trovi in mezzo ai paccheri che manco tu sai come… ecco, dopo aver detto tutte queste cose trecentomila volte, uno dovrebbe ripeterle, e sciorinare tutti i luoghi comuni, e che vuol dire che la camorra è una condizione mentale, eccetera.
Però no, no: mi sono cacato il cazzo. E mi cadono le braccia. E senza braccia non si può scrivere.

Casa mia. Non sarà il Bronx, ma ogni tanto c’assomiglia.

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L’India, i Marò e i poveri cristi

marzo 27, 2013 Lascia un commento

Marò. Marò. Marò.
Da mesi, ad ogni tg, su ogni giornale: Marò, Marò, Marò.
Che è pure divertente se si pensa che nella terra mia è un intercalare comune che si rivolge alla Madonna.
Che ovviamente è Maronna, e se ci mettete il fatto che siamo un popolo linguisticamente pigro, diventa: Marò.
Bè, questi qua, i marò, avrebbero ucciso due pescatori prendendoli per pirati. Dico avrebbero nonostante il governo italiano abbia risarcito le famiglie dei pescatori, una roba che a me suona come ammissione di colpa. Che poi, che cazzo risarcisci? Quanto vale la vita di un pescatore indiano?

Vabè, fatto sta che è successo un casino. Ammettiamo che li hanno effettivamente uccisi, epperò era in acque internazionali, e allora l’India perché non si fa i cazzi suoi? E invece l’India li vuole, i marò, e li vuole giudicare. Poi abbiamo fatto l’ennesima figura da Repubblica delle Banane: questi due tornano per votare, e poi non li mandano più in India. Casino diplomatico, l’ambasciatore italiano che non si può muovere.
Ma Terzi le esperienze diplomatiche le ha fatte a Paperopoli?
Comunque questi stanno nell’ambasciata italiana, ed aspettano giudizio.

Ogni volta che sento la parola marò, pure quando vale per Maronna, mi viene in mente un servizio che vidi su Le Iene un paio d’anni fa, e che è stato recentemente riproposto. Trama in poche righe: tre ragazzi, una coppia ed un amico, vanno in viaggio in India. L’ultimo giorno di permanenza la coppia decide di procurarsi un po’ di bobbazza per la sera: hashish ed eroina. La mattina dopo, il lui della coppia, Francesco, non si sveglia. La lei, Elisabetta, sveglia l’altro, Tomaso, e portano lui, Francesco, in ospedale. Morto. Esce fuori una perizia medica che dice che lui, Francesco, è stato strangolato da lei, Elisabetta, e l’altro, Tomaso. Ed il movente sarebbe una relazione fra segreta fra i due; probabilmente sono giunti a questa conclusione perché a dividersi quella stanza erano proprio tutti e tre, che quando fai un viaggio on the road con degli amici e vuoi risparmiare è prassi – o almeno: è prassi ovunque, ma non in India. Il servizio interpellava un celebre medico legale italiano, il quale leggendo il resoconto dell’autopsia disse chiaramente che non era possibile che la vittima fosse stata strangolata. Poi parlavano col medico legale, gli avvocati… vabè, ovviamente glissavano tutti.

Comunque, morale della favola: sti due (lei, Elisabetta, e l’altro, Tomaso) sono stati condannati all’ergastolo, e stanno da tre anni nel carcere di Varanasi, a dividere un baraccone con 150 criminali vari.
E l’Italia?
L’Italia niente: qualche servizio in tv, qualche appello, e stop. Quei due stanno ancora là, aspettando che qualcuno li tiri fuori perché, porco cazzo, sono innocenti. Mentre il nostro governo si sbatte e fa il possibile per tirare via dall’India gli altri due che, porco cazzo, probabilmente sono colpevoli.

La giustizia è uguale per tutti.
Per quelli in divisa, un po’ di più.
Per i poveri cristi, molto di meno.

Spotted: l’ennesima sconfitta della mia generazione

marzo 15, 2013 5 commenti

Da un po’ di tempo su facebook ho visto girare gruppi/pagine recanti la parola “SPOTTED” più il nome di un ateneo. Visto che ultimamente ho vari cazzi per la testa non mi sono fatto troppe domande né c’ho fatto troppo caso, a parte pensare all’inglese che dice “scoprire” e “macchia” con la stessa parola.

Comunque, oggi mi hanno spiegato che roba è. E mi sono cadute le braccia.
Per chi non lo sapesse, in tali pagine trovate dichiarazioni d’amore ed insulti completamente anonimi. Cioè: uno scrive all’amministratore della pagina una cosa che viene pubblicata senza che nessuno sappia chi l’ha scritta. Tranne l’amministratore, ovvio: e a questo punto credo che gli admins siano le persone più potenti degli atenei, visto che tengono per le palle un bel po’ di studenti.

Ora, premesso che per me i social network sono una grande invenzione, c’è da dire che hanno dato un senso diverso al parlare in faccia, che prima era molto più semplice e che oggi pare sia un miraggio. Insomma, prima se tenevi un tizio sulle palle glielo dicevi, magari ci facevi una mezza questione, poi non lo calcolavi più e stop; ora invece uno si ritrova a casa a sentirsi riempire di insulti telematici da gente che non avrebbe neanche un millimetro cubo di coglioni per ripeterle vis-à-vis. Allo stesso modo, se una ti piaceva si facevano mille sotterfuggi romantici, o impennate col motorino per farsi notare, o incontri casuali che mai erano casuali nei corridoi o al bar; mo invece glielo dici in forma anonima su facebook. Che finché sono ragazzini di quattordici anni ancora ancora, e se sono sedicenni vabbé, giustifichiamoli, ma se cominciano ad essere i ventenni, bè, ho l’ennesima dimostrazione che siamo una generazione terribile.

Io provo pena per voi. E provo pena per me e per chi come me si ritrova, suo malgrado, ad essere uno di voi.

L’Influenza Nuova

marzo 9, 2013 3 commenti

Di influenza ne ne esce fuori una nuova ogni anno, con la cadenza dei nuovi modelli di smartphone. Solo che invece dei keynote annunciati da due settimane, vi ritrovate bell’e buono per i cazzi vostri e vi sentite male, e vi inchiodate al letto per tot giorni.

Era impossibile che me la scansassi: a casa mia l’hanno acchiappata tutti – e con tutti intendo quattro generazioni, da mia nonna a mia nipote. Però facevo buon viso a cattivo gioco, evitavo di stare in contatto con gli ammalati, o stavo in camera mia o uscivo: insomma, cercavo di non farmi acchiappare.

Eh, se sei cazzo.

Vi spiego: vi acchiappa all’improvviso che vi gira lo stomaco. Voi cercherete di incolpare la superba cena indiana di due ore prima (una roba mai mangiata e che v’è pure piaciuta un sacco), perché poi tenete che fare per i due giorni successivi, cose che dovete e volete fare, e quindi giù d’esorcismi. Niente. Perché se una cena indiana v’è andata giù male, la vomitate e finisce lì. Invece st’influenza v’acchiappa brutto, a livello che dopo aver vomitato tutte quelle saporitissime carni speziate, il riso, e pure il frullato al mango, vomitate L’ACQUA. Mai capitato. Brutta roba.

Insomma, state tutta una notte con la panza in mano e dormirete al massimo mezzora. Fortunatamente ero con la mia pazientissima ragazza, la quale, spero, riesca a scansarsela. Dopo una mezza giornata passata a cercar di recuperare il sonno, mi sono messo sul treno da Roma ad Aversa, perché finiva che se incrociavo la sorellina della mia metà le mischiavo qualcosa e ci sarei rimasto veramente troppo male. Quindi ho deciso di andarla a mischiare a tutto un vagone di un regionale; non so, però, quanti di voi abbiano esperienza dei regionali Roma – Napoli del venerdì pomeriggio: io li ho presi, ma mai mi sono trovato a non poterci salire perché troppo pieno. Ci mancava poco che diventava uno di quei treni in India, quelli dove la gente si siede sul tetto. Allora, con sommo rammarico, devo sborsare dieci euro in più e prendere un InterCity.

Beninteso: il treno era l’unico modo di tornare a casa, nell’atto non c’è niente di sadico tipo voler mischiare le malattie a ignari viaggiatori. Però è anche vero che con la memoria sono tornato indietro a tre anni fa, quando dopo il medesimo viaggio tornai a casa con un mal di testa lancinante e la febbre a 39, e capii che m’ero beccato l’influenza di quell’anno, quella che chiamavano “febbre suina”. Là era pure peggio, perché passavi la notte in bianco col mal di testa potente, una cosa insopportabile; ricordo della prima notte fu che, dopo aver provato a prendere sonno in tutte le maniere possibili, alle quattro del mattino accesi la TV e su La7 davano Mean Streets di Scorsese in lingua originale. Grande film.

(E intanto la mia parte sadica sogghigna: now we’re even, Trenitalia.)

Inventati qualcosa

A me è sempre piaciuto camminare per via dei Mille, vuoi per i ricordi, vuoi per le luci.
Ieri ascoltavo Syd Barrett e schiattavo in corpo.
E pensavo: il giornalismo italiano è stato rovinato da due cose: le scuole di giornalismo e il clientelarismo analfabeta. E poi ci dicono di tenercelo come un hobby (tipo il bricolage, insomma) e di inventarci qualcosa.

Hai voglia di inventare. Io ci penso sempre, pure per rispondere a quelli che mi dicono “e adesso cosa fai?” senza dirgli “all’incirca, un cazzo”. E allora invento cose. Prima o poi me ne uscirò con una cosa tipo Il manuale del guerriero della luce – ricordate? quella cazzata immane che si portava anni fa, fatta di cose tipo: “Il guerriero della luce non lo prende in culo senza motivo. Se lo fa, egli è conscio dell’ineluttabilità dell’atto, e si sottomette nonostante covi dentro di sé l’ardore della vendetta e la botta in cuorpo, sapendo che prima o poi sarà lui a fare il malo servizio”.

Che poi, appena si parla di inventare penso immediatamente alle bestemmie – tipo: potrei provare i record mondiali di bestemmie: “ecco a voi l’uomo capace di dire mannaggia*divinità-a-caso* per 194 volte in un minuto!” – però le bestemmie sono troppo allitteranti, e come sono io mi brucerei la lingua dopo due secondi di prove. Oppure si potrebbe provare la bestemmia con capriola: “ecco a voi l’uomo capace di bestemmiare tutto il calendario mentre fa le capriole!” – però pure con le capriole c’ho un brutto rapporto, che quando stavo in terza media misero in palestra quel fatto per darsi la spinta, ed io volevo fare il tipo buono e mi diedi la spinta e feci una capriola in aria senza mani.
Ovviamente mi feci male e rimasi senza respiro per una trentina di secondi.
Chevvelodicoaffare.

Ieri, poi, leggevo Gianni Brera. Lo leggo spesso – penso che molti dovrebbero. Fra i mille neologismi brerini, ne ho incrociato uno bellissimo: pistolaggine. Bellissimo. La prossima volta che scriverò di sport lo devo infilare in qualche modo. O magari la volta dopo. Una delle prossime, insomma.

E intanto: m’inventerò qualcosa.

No Country for Indie Rockers

febbraio 28, 2013 Lascia un commento

Un paio di mesi fa mi capitò fra le mani un libro di cui avrei dovuto scrivere – libro giovane, edito da un buon nome: magari, pensai, non è una cazzata.
Ed invece, ovviamente, lo era. Brutto brutto, tutto tutto – trama e personaggi, e dialoghi al limite dell’assurdo che manco Dawson’s Creek, tempi completamente sballati, e traduzioni dall’inglese alquanto opinabili (save, in inglese, non vuol dire solo salva – cioè, il titolo di questo pezzo non vuol dire Salva una preghiera). Sembrava impossibile arrivare alla fine, ma ce l’ho fatta.

Comunque, la cosa è un’altra: in questo libro i protagonisti suonano in un gruppo. Bene, mi dicevo leggendo la quarta: magari chi l’ha scritto s’è fatto un giro per locali, a chiedere ai gruppi come funziona l’underground, magari c’è qualche parola di protesta su come il musicista medio viene trattato.
Invece no. Cioè, la normalità finisce quando il tal gruppo si propone a un locale, perché poi è fantascienza pura: il proprietario del locale va ad assistere ad una prova e poi gli conferma la serata per due giorni dopo. Ora, io credo che se qualcuno voglia scrivere di qualcosa che non conosce e di cui non ha esperienza, debba quantomeno indagare, chiedere, analizzare, eccetera.
Purtroppo per una certa “letteratura” succede di rado. Molto di rado. Troppo di rado.

Io suono in un gruppo indipendente. Non mi piace dire emergente, perché l’immagine che mi faccio in testa è quella di una marmaglia di musicisti scamazzati in un laghetto col rischio di affogare e chi emerge non muore ma se emerge qualcun altro sei morto – nella mia testolina romantica nell’underground ci si aiuta gli uni con gli altri, magari si diventa pure amici – mors tua mors mea, vita tua vita mea – però è vero che dire gruppo indipendente è edulcorare la situazione, perché è difficile uscire fuori: il laghetto esiste ed esistono pure l’invidia, e i tradimenti, e i bastoni fra le ruote, e quelli disposti a zomparti in testa per farsi vedere.
Comunque, uscire fuori dal laghetto equivale a farsi conoscere. E ad oggi ci si fa conoscere sui social network e quando si suona nei locali.

Ed arriviamo al punto: come arriva un gruppo emergente al locale. Le strade sono tante, e di certo non funziona come descritto lì. Proprio no. Funziona che se sei un gruppo alla prima serata ti vai a proporre ad un locale che sai che fa suonare. Vai proprio tu. Quello al 90% non se ne fotte minimamente di quello che suoni: puoi pure andare là e bestemmiare gesucrìsto per un’ora, basta che gli porti la gente. Ed ecco il bruttissimo incarico di musicista-PR, e ti devi mettere a fare l’evento su facebook, a contattare la gente, a condividere, perché se poi la serata va male quel cachet che hai concordato va puntualmente a farsi benedire. Più d’una volta sono incappato in gente che a fine serata ha messo davanti a noi, poveri musicanti, l’incasso della serata: sì, la gente c’era, ma non hanno consumato. Ricordo volte che s’era smesso di suonare verso mezzanotte, e poi aspettavi che sfollava il locale, e poi dovevi fare le quattro di mattina a ragionare con il proprietario che non ti voleva pagare. Poi ci stanno quelli che non ti fanno manco mangiare, che se vuoi una birra te la devi pagare, eccetera eccetera.

E per non farci mancare niente: eccoli, i promoter! Magari fai un contest organizzato da qualcuno, e magari entri in contatto con qualcuno che poi ti trova le serate (sempre nel solito giro di tre locali), e ogni due/tre mesi ti vai ad abbuscare 150 euro (da dividere in tre, quattro, cinque elementi) senza pensare che quello ha accordi privati col locale e si fa i meglio soldi dietro alla scritta “associazione no-profit”. Magari ti dicono pure che con la pubblicità se la vedono loro… poi però se non viene gente quello che lo prende in quel posto è sempre il musicista.

A proposito di contest: spesso pure quelli sò modi per avere le serate live senza pagare nessuno. Però alla fine uno pensa che ci sta la competizione, la promessa di un EP, o di una cosa di soldi, e chiude l’occhio. Poi i locali cavalcano l’onda del palco libero: venite, sta il palco, portatevi gli strumenti! Se esce a situazione simpatica fra amici è pure divertente, però uno ci va pensando.
I più belli sono stati quelli di un noto locale vicino Napoli che qualche settimana fa hanno proposto come appuntamento settimanale la prova sul palco: uno si prenota, e va là, e suona come se stesse in sala prove. Meraviglia. Trovatemi un gruppo che va a farsi la prova su un palco come si fa in sala: ripeti il riff, rifai il pezzo, a metà canzone uno sbaglia e allora si ricomincia daccapo, aspè che l’ampli suona male, aggiustati le frequenze, devo stringere le pelli della batteria, aspè, aspè. Però quella della prova libera non l’avevo mai sentita prima: a suo modo, è geniale.

Quello dell’underground non è sempre un mondo di merda, benchiaro: c’è pure gente seria. Ma è la minoranza. Ed è per questo che quando leggo le favolette m’ingrippo: sui suprusi sui musicisti indipendenti in Italia ci sarebbe una miriade di racconti da scrivere, roba da riempire una sezione di una biblioteca. Sarebbe ora d’iniziare.

Marta Grande, il tafazzianesimo, il ritardo

febbraio 27, 2013 Lascia un commento

Oggi sono incappato in questa tal figura: Marta Grande, 25 anni, eletta alla Camera col Movimento Cinque Stelle. Mai sentita prima, come fra l’altro tutti i candidati di Grillo, ma vabè. C’è gente che esalta il suo curriculum: laurea in lingue e commercio internazionale in Alabama, master in Italia, quasi laureata in relazioni internazionali a Roma, un corso, sempre in relazioni internazionali, a Pechino. Togliendo il fatto che questa c’ha l’età mia e s’è già girata il mondo sia da destra che da sinistra più volte, credo che ci sia da esaltare, più che il suo curriculum, il portafogli dei genitori. Anzi, c’è proprio da fargli la ola.

Dicono che vogliono farla Presidente della Camera. A 25 anni. Sarebbe la più giovane, e la terza donna dopo Irene Pivetti e Nilde Iotti.
Andate a profanare la tomba di Nilde Iotti: già con la Pivetti aveva fatto mezzo giro a sinistra, mo se eleggono Marta Grande secondo me la trovate a faccia in giù. Che poi dicono che la eleggerebbero perché è gradita al PD. Aiutami a dire.

Pensavo oggi: il PD è l’esempio italiano di tafazzianesimo più lampante dopo l’Inter di Cuper. Avessero fatto fare le primarie a Grillo anni fa… ecco, avessero fatto fare le primarie a Grillo mo magari stavo già facendomi la borsa, ché fra cinque minuti ho la settimanale partita di calcetto, e per colpa loro arriverò in ritardo.

Maledetti.